Descrizione
Il 4 novembre è la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.
Ricordo che il 4 novembre 1918 si chiudeva la Grande Guerra, un conflitto che costò all’Italia centinaia di migliaia di morti. Da allora sono passati 108 anni.
A tutti piacerebbe dire che la lezione è stata imparata, ma purtroppo non è così.
La guerra non è più una pagina di storia come tutti auspichiamo. L’Ucraina è nel quinto anno di conflitto. I tentativi di tregua si sono susseguiti nei mesi, ma finora nessuno ha portato a una pace stabile. Ci sono scuole, case e ospedali colpiti, e ci sono bambini.
In Medio Oriente la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran dura da marzo. I suoi aggiornamenti quotidiani proseguono senza interruzioni da settimane, e le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz, da cui passa una parte decisiva dell’energia mondiale, tengono il mondo con il fiato sospeso. A Gaza la tregua è fragile, e molti osservatori la giudicano tale solo sulla carta. Il Libano e lo Yemen restano teatri di scontri.
E poi ci sono le guerre di cui si parla meno. In Sudan, secondo le stime citate da Amnesty, i morti sono circa 150.000 e la crisi umanitaria è la più grave del mondo. Ci sono il Congo, il Myanmar, il Sahel.
I dati sono impressionanti. Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati, di cui 13 classificati come vere e proprie guerre, il numero più alto dal 1992. Otto gli scontri tra Stati, il dato più alto dalla Seconda guerra mondiale.
Papa Francesco parlava di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Oggi quei pezzi sono sempre più vicini tra loro, e sempre più vicini a noi.
Ci riguardano anche nelle nostre case: nel prezzo dell’energia, nelle bollette, nel costo della spesa. E a pagarne il peso maggiore sono sempre i più fragili. Per questo la pace non è un tema lontano dalla vita di un comune.
La nostra Costituzione, all’articolo 11, afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Le nostre forze armate lo incarnano: sono presenti nel mondo, nelle missioni di pace, e in patria, nel soccorso alle popolazioni colpite da calamità. A loro va la nostra gratitudine.
Ma c’è un’altra guerra, silenziosa, che combattiamo dentro i nostri confini. Un Paese è tanto più unito quanto più è stretta la forbice tra ricchi e poveri, in senso generale. Invece questa divaricazione tende ad aumentare: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
L’articolo 2 della Costituzione recita: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
Se lo si legge con attenzione, è la sintesi di quell’integrazione sociale che ancora manca.
La Costituzione è stata approvata il 22 dicembre 1947 ed è entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Sono passati 78 anni, e non si può sostenere che questo obiettivo sia stato raggiunto.
Sul tema delle disuguaglianze è illuminante l’esortazione apostolica Dilexi te di Papa Leone XIV sull’amore verso i poveri, firmata il 4 ottobre dello scorso anno, festa di San Francesco d’Assisi. «Le società in cui viviamo – sottolinea il Papa – spesso privilegiano criteri di orientamento dell’esistenza e della politica segnati da numerose disuguaglianze e, perciò, a vecchie povertà di cui abbiamo preso coscienza e che si tenta di contrastare, se ne aggiungono di nuove, talvolta più sottili e pericolose».
Per dimostrare questa sperequazione bastano due esempi.
Il primo riguarda la sanità. È garantito il diritto alla salute di tutti i cittadini? In teoria sì, con il servizio sanitario nazionale. Nella realtà no. È garantito se si ricorre al privato, quindi per chi può pagarsi l’assistenza medica. E questo è inaccettabile.
Il secondo riguarda la spesa sociale dei comuni. È una voce significativa del bilancio e negli ultimi anni è triplicata. È la testimonianza innegabile che il disagio, le fragilità, le richieste di aiuto sono aumentate. In una società più equa e solidale dovrebbero invece diminuire.
Questo disagio non è fatto solo di numeri. Lo abbiamo visto nelle piazze delle ultime settimane. Il 16 ottobre migliaia di studenti hanno manifestato in diverse città italiane, chiedendo più fondi per la scuola e contestando alcune riforme. Le occupazioni erano iniziate a Torino già dal 5 ottobre, sulla scia delle proteste dei loro coetanei francesi. Tra le richieste ci sono il contrasto al caro vita e maggiori investimenti nella scuola, e anche la sicurezza degli edifici scolastici, un tema che riguarda da vicino anche i nostri comuni, che di quegli edifici sono proprietari.
Non tutto, in quelle giornate, è stato condivisibile. Sono stati segnalati lanci di petardi a Roma e sassi contro la polizia a Torino, e la violenza non è mai una risposta accettabile: va condannata, da qualunque parte arrivi. Ma sarebbe un errore ancora più grave liquidare tutto con un’alzata di spalle. Quei ragazzi ci stanno dicendo, a modo loro, che non si sentono ascoltati. Che temono per il loro futuro, in un mondo in guerra, con prezzi che salgono e opportunità che si restringono. E che, di fronte a questo, chiedono di contare.
Un giovane che scende in piazza è un cittadino che ci sta ancora provando. Il pericolo vero è il giovane che smette di crederci, perché allora la sfiducia nelle istituzioni diventa definitiva. Il dissenso espresso nel rispetto delle regole è una risorsa della democrazia, non una minaccia. Sta a noi, adulti e amministratori, rispondere con ascolto e con fatti, non con diffidenza.
L’unità nazionale si costruisce anche con la tolleranza, la comprensione, il dialogo: tre comportamenti oggi poco praticati. Ed è un filo che lega il piccolo al grande. Se non sappiamo dialogare tra vicini, tra forze politiche, tra cittadini e istituzioni, come possiamo pretendere che lo facciano i grandi del mondo?
E, mi sia concesso: come può esserci unità se il cittadino non ha un rapporto di fiducia nelle istituzioni? Se le vede come un avversario che vuole prevaricare? Spiace sottolinearlo, ma succede anche nelle piccole realtà, dove il rapporto tra istituzioni e cittadini dovrebbe essere più stretto e collaborativo.
La società globale e massificata non aiuta l’unità e non favorisce la collaborazione: privilegia gli interessi individuali e penalizza quelli della comunità. Si deve cambiare rotta, invertirla, a cominciare dalla nostra vita quotidiana. Un buon inizio potrebbe essere un impegno disinteressato e propositivo verso la comunità a cui apparteniamo.
La pace comincia da qui: dal rispetto del vicino, dall’attenzione a chi è rimasto indietro, dalla cura delle cose comuni. Il comune vi aspetta. Ha bisogno di voi.
Chiudo e ripeto: oggi è la giornata per rinnovare, celebrare, ricordare e riflettere.
Viva le forze armate! Viva l’unità nazionale! Viva il nostro comune!
Il Sindaco
Dr. Antonio Giuseppe Grassi
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Ultimo aggiornamento: 2 novembre 2026, 12:50